A cura della dottoressa Marina Conese – Medico Chirurgo – Specialista in Dermatologia e Venereologia – Master Universitario di II livello in “Medicina Estetica e Terapia Estetica”

I nuovi dati rilasciati dalla società americana dei Chirurghi Plastici (ASPS) relativi all’anno 2017 evidenziano una continua crescita delle procedure cosmetiche nel corso dell’ultimo anno.

Tra queste, negli USA, i filler costituiscono la seconda metodica medico-estetica, dopo la tossina botulinica, ammontando ad oltre 2.600.000 trattamenti/anno.

Le tradizionali indicazioni cliniche dei filler sono: la correzione delle rughe, delle depressioni e dei solchi del volto, correlati ai processi involutivi connessi all’aging. I filler vengono utilizzati particolarmente per la correzione della perdita di volumi del viso.

I filler sono distinti in “riassorbibili” ed in “non riassorbibili”, così definiti sulla base della capacità di essere biodegradati dall’organismo ad opera di specifici enzimi e dell’attività macrofagica.

In Europa e nord America la sostanza che ad oggi si è maggiormente conquistata larga parte del mercato è l’acido ialuronico (HA), ovvero un disaccaride costituito da N-acetil glucosammina e acido glicuronico, molecola sintetizzata in laboratorio e sottoposta, con opportune sostanze, ad un processo di stabilizzazione o cross-linkaggio: la più utilizzata è il BDDE (1,4 butanediol diglycil etere), sostanza che conferisce una stabilità ed una resistenza alla degradazione enzimatica fisiologica della ialuronidasi. La degradazione enzimatica è il fattore che maggiormente influisce sulla durata del filler, che a seconda delle caratteristiche fisiche e produttive può durare tra i 4 ed i 12 mesi.

Risultano ormai abbandonati i filler a base di collagene prima di estrazione bovina, poi umana ed infine suina, utilizzati fino ad alcuni anni orsono.

La manipolazione dell’acido ialuronico da parte dell’industria cosmetologica ha permesso di strutturare lo stesso acido in vario modo tanto da produrre filler “dedicati” a varie zone del viso dove la consistenza, più o meno densa, permette di modulare la capacità riempitiva in funzione della “durezza” del filler identificato con la lettera “G”. Il valore di “G” basso, identifica i filler per impianti dermici superficiali e correzione di rughe fini. Il valore “G” alto, identifica il filler dedicato a volumizzare, con impianti subdermici profondi, aree del viso necessitanti di maggior riempimento.

L’esperienza del medico estetico sulla scelta e l’utilizzo del filler è sinonimo di risultati eccellenti, dove vengono massimizzati i risultati estetici e minimizzati gli effetti collaterali, non dimenticando la qualità del prodotto: in un mercato così vasto e ricco, si sono affacciati anche produttori di composti di bassa purezza, dove il basso costo del prodotto è spesso inversamente proporzionale al rischio di avere effetti collaterali.

Fortunatamente a tutela della salute dei pazienti, gli Enti Regolatori Europei, non sono meno restrittivi di quelli statunitensi; così come è crescente l’attenzione sanitaria verso la gestione degli eventi avversi gravi prodotti da tali dispositivi.

Per questi motivi, la mia responsabilità professionale mi ha portato a frequentare  corsi e una attività ambulatoriale dedicata a questi eventi avversi.

Il primo ed il più importante ambulatorio nazionale dedicato al trattamento degli eventi avversi da filler è quello della Fondazione Fatebenefratelli – Isola Tiberina di Roma, responsabile la dott.ssa Gloria Trocchi, nel Servizio di Medicina Estetica diretto dal Prof. Emanuele Bartoletti, con i quali ho il piacere e l’onore di collaborare a Roma.

Il principio di qualità della prestazione medica è un valore che si costruisce giornalmente, ripagato dal riconoscimento dei risultati clinici e dalla soddisfazione del paziente.

Dott.ssa Marina Conese

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